La pubblicità si avvale della consulenza degli psicologi per riuscire a far vendere di più i prodotti. Oggi più che mai la pubblicità fa leva sugli aspetti emotivi per indurre ad acquistare; ciò significa che siamo indotti a fare un acquisto non sulla base di una nostra esigenza o necessità effettiva, ma perché siamo stati emotivamente spinti ad effettuarlo.
Il risultato è che si acquista molto più del necessario, anzi, molto più di ciò che ci è utile, creando alle volte problemi ai bilanci delle famiglie.
Per controbilanciare gli effetti delle tecniche psicologiche della pubblicità occorrerebbe forse che venisse insegnato, magari già ai bambini nelle scuole, a neutralizzare i messaggi inconsci che la pubblicità trasmette.
Qualcuno potrebbe però obiettare che così si provocherebbe un crollo dei consumi, e quindi una grave crisi economica e di posti di lavoro.
Non è detto. Si tratterebbe solo di cambiare la produzione: produrre quello che serve davvero e non quello che non è utile, ma che si vuole far acquistare lo stesso.
Alla fine della seconda guerra mondiale, circa metà del prodotto interno italiano serviva, direttamente o indirettamente, a fare la guerra. A guerra terminata, per sostenere il lavoro e le imprese, non si decise di iniziare un’altra guerra. Si decise invece di cambiare genere di prodotti: fabbricare elettrodomestici anziché armi, ad esempio, e non di spingere o pubblicizzare quello di cui per fortuna non si aveva più bisogno.